La sede

Facciata di Palazzo Brancaccio

Palazzo Brancaccio

Il palazzo nobiliare che ospita il Museo Nazionale d’Arte Orientale è il risultato di successivi interventi di demolizione parziale, restauro e ampliamento condotti su una antica preesistenza settecentesca di proprietà di Mary Elizabeth Bradhurst Field, facoltosa dama dell’alta società di New York, madre di Elizabeth, moglie del principe Salvatore Brancaccio. Ella aveva acquistato nel 1879 dal Comune di Roma la chiesa, il convento, l’orto e il giardino delle suore Clarisse Francescane di Santa Maria della Purificazione ai Monti, beni assegnati al demanio comunale in seguito alla soppressione post-unitaria delle congregazioni religiose. La necessità di creare il prolungamento di via dello Statuto, secondo i nuovi tracciati del Piano Regolatore, aveva obbligato la signora Field a demolire gran parte del convento e a trasformare gli ambienti rimasti, compresa l’antica chiesa, in una dimora gentilizia.

Il progetto di trasformazione edilizia fu affidato a Gaetano Koch dal 1879 al 1883, ma l’ampiezza della dimora risultò ben presto insufficiente per le famiglie Field e Brancaccio. Luca Carimini dal 1886 al 1890 fu incaricato di proseguire la costruzione su via Merulana in direzione di San Giovanni in Laterano e di accordare la nuova edificazione con il precedente palazzo. Gli architetti Rodolfo Buti e Carlo Sacconi intervennero per completare i lavori dal 1893 al 1922.

Ingresso di Palazzo Brancaccio

Al primo piano era ospitato l’appartamento dei principi Salvatore ed Elizabeth Brancaccio mentre i coniugi Hickson e Mary Elizabeth Bradhurst Field, genitori della principessa, occupavano l’intero secondo piano. Il progetto decorativo degli interni, nonché l’ideazione del ninfeo e della coffee-house nel giardino, furono in massima parte frutto dell’inventiva del pittore romano Francesco Gai (1835-1917) il quale, dal primo impegno come ritrattista di famiglia a partire dal 1879, passò ad un rapporto di variegata committenza che durò fino al temine della sua vita.

L’artista, accademico di San Luca, era un decoratore disinibito, che sapeva ecletticamente coniugare il rigore della tradizione classica cinquecentesca e seicentesca con il gusto provincializzato dei committenti, spesso indecisi tra l’atmosfera parigina già datata del secondo Impero, il neo rococo più austro-tedesco che francese, la tentazione dell’impaginazione e della raffinatezza del tardo barocco piemontese ed infine il fasto del barocco toscano e romano.

Ad esempio, nel soffitto della sala X il dipinto con l’ Apoteosi della famiglia Brancaccio sembra rivisitare in chiave accademica la pittura celebrativa settecentesca, ma la composizione si rifà a sperimentati effetti neocortoneschi, mentre nelle cornici in stucco dominano volute e rocailles rococo. Nella grande scenografia del soffitto della Sala dell’alcova, camera da letto della principessa Elizabeth Brancaccio, il Gai ideò la Toletta di Venere, un’elegante scena in cui il rigore classicista si stempera in un colore dorato che rievoca la piacevolezza di coeve pitture francesi da Salon.
Dopo la morte del principe Salvatore Brancaccio (1924) il suo appartamento fu frazionato in diverse unità abitative date successivamente in locazione. Le nuove destinazioni d’uso degli ambienti e l’effimero volgere del gusto indussero inevitabili modifiche negli interni che in gran parte occultarono, ma non cancellarono, la memoria della ricchezza e del fasto tardo ottocentesco.

I lavori di riallestimento e messa a norma degli impianti del Museo (1992-1994) hanno portato all’eliminazione di false pareti, controsoffittature e intercapedini che avevano alterato l’aspetto originale dell’appartamento Brancaccio, riportando in evidenza l’eleganza delle decorazioni e degli arredi.

Gaetano Koch e la costruzione di Palazzo Brancaccio