Gandhara

Nelle aree dell’antico Nord-Ovest indiano, un territorio di frontiera fra mondi diversissimi, corrispondente all’attuale Pakistan e a parte dell’Afghanistan, tra il I e il IV-V secolo d.C. - con echi che giunsero fino all’VIII secolo -, si manifestò una particolare corrente figurativa a contenuto prevalentemente buddhista, comunemente definita “arte del Gandhara”, caratterizzata dalla compresenza di influssi classici (ellenistico-romani), indiani, iranici e centroasiatici.
I materiali d’elezione  di questa produzione che oltre ad essere scultorea, è anche architettonica - ma che, a giudicare dai rari frammenti, doveva essere anche pittorica - sono lo schisto, talora il calcare, lo stucco e l’argilla cruda.  
L’India di Nord-Ovest fu, per posizione geografica e tradizione storica, l’area del subcontinente maggiormente esposta ai contatti con il mondo occidentale. La conquista di queste regioni da parte di Alessandro vi lasciò un segno profondo e durevole ed ebbe come effetto uno dei più interessanti e proficui incontri dell’antichità, quello tra il mondo classico e la variegata cultura che caratterizzava questi territori di frontiera, esposti ad influssi e tendenze provenienti oltre che dall’India, dall’Iran e dall’Asia Centrale.
L’eredità politica di Alessandro venne raccolta dagli Indo-Greci che governarono nelle regioni dell’antico Nord-Ovest indiano tra la prima metà del II secolo a.C. ed i primi decenni del I secolo d.C., dei quali restano solo alcuni accenni nelle fonti classiche, rari riferimenti in quelle indiane, e che ci sono noti principalmente grazie alle testimonianze numismatiche. La vitale relazione tra l’India e la Grecia è presto contaminata dal sopraggiungere di popolazioni di stirpe iranica -  i Saka prima e gli Indo-Parti e i Kushana poi -, che conducono un ulteriore elemento di confronto nella società multietnica del Nord-Ovest.
Nel I secolo a.C., durante il periodo dei Saka, coloro che contesero per vari decenni l’India di Nord-Ovest ai Greci, raccogliendone tuttavia l’eredità culturale e politica, la componente ellenistica era ormai così profondamente radicata nel patrimonio culturale di queste regioni da poter assorbire diversi linguaggi formali, simbolici e filosofici senza per questo snaturare le proprie origini. E’ in questo periodo, quando il processo di integrazione tra le varie culture che caratterizzarono il Nord-Ovest può dirsi giunto a piena maturazione, che, come hanno testimoniato gli scavi della Missione Archeologica Italiana dell’IsMEO  (oggi IsIAO) nella Valle dello Swat (Pakistan), fiorisce l'“arte del Gandhara”, da un lato esito eclatante della ellenizzazione ormai profonda, dall’altro testimonianza vivente di un processo di compenetrazione tra mondi diversi che ha radici lontane.
Ma se la nascita di questo fenomeno figurativo si compie durante il periodo saka,  è sotto l’impero dei Kushana, la grande dinastia di origine iranica che governò nelle aree del Nord-Ovest indiano tra la seconda metà del I e il III secolo d.C., che l’arte del Gandhara conosce il suo maggiore splendore, in un momento in cui la componente ellenistica appare rinvigorita da sempre nuovi contatti con il mondo romano.

L’arte gandharica è, soprattutto durante la prima fase del suo sviluppo, un’arte narrativa. Vi sono raffigurati gli eventi della vita del Buddha storico e delle sue esistenze anteriori (jataka) narrati nelle fonti letterarie buddhistiche o espressione di una parallela tradizione orale, purtroppo non pervenutaci.

Fig. 7 La nascita del Buddha e oroscopo (?) (in basso) e scena di offerta (in alto), segmento di fregio curvilineo, Fig. 8 – Ciclo delle competizioni di Siddhartha, gara di tiro con l'arco (in basso) e scene di offerta (in alto), segmento di fregio curvilineo, Fig. 9 - Matrimonio di Siddhartha e figure femminili (in basso) e scene di offerta (in alto) , Fig. 10 - La
Fig. 11 - La Fig. 12 - Offerta di fiori al Buddha, rilievo, Fig. 13 -Testa di Buddha e di Vajrapani, particolare del Dipamkara jataka, frammento di rilievo, Fig. 14 - Particolare del Dipamkara jataka, frammento di rilievo,

Posti generalmente in successione continua a decorare le pareti circolari degli stupa, il monumento buddhista destinato ad accogliere le reliquie dell’Illuminato - connesso a valori funerari, oltre che cosmologici e cosmogonici - i rilievi costituivano il supporto figurativo per la meditazione durante il rito della pradakshina, la circumdeambulazione dello stupa compiuta tenendo il monumento alla propria destra. Seguendo questo percorso processionale, il fedele contemplava le varie scene raffiguranti gli episodi della vita del Buddha - dal momento del concepimento all’evento del parinirvana -, nel tentativo di ripercorrere nello spazio della propria coscienza il cammino spirituale rappresentato dalla vita esemplare del Maestro e con l’intento di suscitare il risveglio attraverso la riproposizione costante del rito.
L’invenzione di tale arte narrativa basata sulla biografia leggendaria del Maestro, secondo uno schema che prevede una sequenza continua di scene in successione orizzontale separate da elementi architettonici, è certamente una delle idee più felici dell’arte del Gandhara. L’origine di questo modulo deve essere fatta risalire, per quanto ne sappiamo, al secondo quarto dell’era cristiana, con la realizzazione del fregio del Maestro di Saidu Sharif, conservato nel Museo - una serie di pannelli che raffigurano eventi della vita del Buddha, posti a decorare lo Stupa Principale dell’omonimo sito scavato dalla Missione Archeologica Italiana dell’IsMEO, oggi IsIAO -, che Domenico Faccenna considerava il più antico esempio conosciuto raffigurante in successione continua gli episodi della vita di un personaggio, con scene suddivise da elementi architettonici.

A parte la generale unitarietà del linguaggio iconografico che caratterizza le sculture provenienti da differenti aree del Nord-Ovest, nell’arte gandharica si riscontrano notevoli differenze stilistiche: in alcuni rilievi è visibile una tendenza d’ispirazione classica che studia i movimenti delle figure nello spazio, l’anatomia e il panneggio, mentre in altri appare un gusto decisamente anticlassico con immagini frontali, panneggi rigidi e stilizzati e composizioni paratattiche. In questo senso, l’arte del Gandhara non può essere considerata un fenomeno perfettamente unitario. Dal punto di vista stilistico si suddivide infatti in varie correnti che mostrano differenti orientamenti estetici. Talvolta all’interno di tali suddivisioni si intravede inoltre l’impronta di artisti che infondono alle opere uno stile personalissimo e inconfondibile, come avviene nel caso del fregio di Saidu Sharif, in cui Domenico Faccenna ha riconosciuto la concezione unitaria di un maestro di cui non conosciamo il nome, denominato “il Maestro di Saidu Sharif”.
La presenza di diverse correnti figurative è esemplificata anche dai materiali provenienti da Butkara, altro sito dello Swat scavato dagli archeologi della Missione Archeologica Italiana in Pakistan, in cui è stato possibile distinguere tre gruppi di rilievi denominati convenzionalmente “disegnativo”, “naturalistico” e “stereometrico”. Lo stile “disegnativo” di Butkara è caratterizzato da immagini appiattite e da una sensibilità lineare più accentuata che rende i panneggi con pieghe fitte e parallele.

Fig. 6 - Adorazione del triratna (i Fig. 16 - Capitello gandharico corinzio figurato, “stile disegnativo”, schisto verde, Butkara I, Swat, Pakistan, metà I sec. d. C., MNAO inv. 1134, MAI B. 7553, Deposito IsIAO (Archivio MNAO: Pierpaolo Verdecchi e Daniele Vita).

Lo stile “naturalistico” è quello in cui appare più evidente l’influsso classico, con un accentuato senso dei volumi e della forma. Lo stile “stereometrico”, sicuramente sviluppatosi in una fase più tarda, presenta figure appesantite, caratterizzate da volumi larghi e da un panneggio semplificato.  
Fig. 15 - Due Bodhisattva e un Buddha su fiori di loto, frammento lunetta,
Sin dal periodo più antico, la lavorazione della pietra è accompagnata da una  produzione in stucco . Ė infatti possibile affermare che le due produzioni si svilupparono parallelamente. Deve esser detto però che tra il III e il IV secolo d.C. si verificò un profondo mutamento che determinò un’amplissima diffusione della plastica in stucco. Una delle motivazioni di tale cambiamento è certamente economica: l’utilizzo di un materiale modellabile, che può essere colato in stampi e successivamente ritoccato - lavorazione certamente meno dispendiosa dell’attività scultorea - favorì, in un periodo di grande diffusione del Buddhismo anche tra i ceti meno fortunati, il fenomeno delle donazioni di sculture e di piccoli monumenti votivi all’area sacra e al monastero, e attraverso esse garantì a una più vasta moltitudine la possibilità di acquisire meriti per la vita presente e per quelle a venire.
La produzione artistica di questa fase è caratterizzata da un rinnovarsi dell’influsso ellenistico e da una tendenza alla semplificazione della linea che si fa più veloce grazie alla duttilità del materiale. Lo stile di queste raffigurazioni è infatti definito talvolta come “bozzettistico”, poiché con pochi e rapidi tratti possono essere resi movimenti, espressioni e personaggi.

Fig. 18 - Due busti di monaci, frammento di rilievo, stucco dipinto, Afghanistan (?), IV sec. d. C. ca., MNAO inv. 10918 (Archivio MNAO: Costantino Astuti).